sabato 18 febbraio 2017

Ascesa alla santità

Junagadh è la città più polverosa e inquinata visitata ad oggi, o almeno io ho avuto questa impressione.
Robe che se esci 10 minuti a passeggiare ti si formano delle caccole nere nel naso che nemmeno dopo un concerto dei Metallica in mezzo al logo selvaggio, in un piazzale di terra battuta.
Potrei riprendere a parlare di quanto l'India sia inquinata, di come i tassi di mortalità infantile dovute a pm10 siano altissimi, di come dovrebbe interessare anche a noi questo problema visto che l'inquinamento non conosce barriere e stupidi confini statali tracciati sulla carta, ma non lo farò. Non oggi. È stancante.
La consapevolezza di avere un solo pianeta con risorse limitate e che senza i servizi ambientali non c'è sviluppo che tenga, è questo che mi ha spinto a laurearmi in Scienze Ambientali.
La consapevolezza che tanto la gente non ascolta, perché sapere che tutti i nostri gesti quotidiani a cui siamo abituati hanno un impatto, che il cambiare abitudini è faticoso ed è più semplice continuare a comperare, pompare le vendite e chiudere gli occhi, e far finta che non ci stiamo scavando la fossa da soli, beh questo è quello che mi ha fatto smettere per ora di combattere. A volte mi sembra tanto una storia da Don Chisciotte della Mancia, senza mulini e con un finale più disastroso.
Comunque facendo finta di eliminare con una spugna magica la polvere e lo smog e la spazzatura, la città rimane molto molto carina.
Tra le viuzze centrali del bazar sorgono innumerevoli palazzi di stile arabeggiante, molti dei quali disabitati, e le loro facciate ricoperte da erba colore del sole, intervallate da venditori di stoffe e pubblicità semioccidentali, creano un particolare scenario. Junagadh possiede anche un bel forte antico, che con le mura circonda pozzi di raccolta acqua, templi, cave intagliate e boschetti. Un bel posto dove rilassarsi, ricamare, ascoltare musica nel caldo del primo pomeriggio.

- Inciso, tanto per rimarcare l'idea: siamo davanti al forte. Sto bevendo un succo. Lo finisco e con il tetrapak in mano mi guardo in giro in cerca di un bidone. Si avvicina un indiano e mi dice a gesti di buttarlo dietro un muro, dove si intravede un giardino.  Il mio sguardo di risposta è allibito. Scuoto la testa. Lui insiste e mi dice "dustbin, bin!". A sto punto perdo la testa e rispondo "is not a bin is a garden! Poor India that will die cover with your rubbish!". La questione è seria perché estremamente radicata. Come l'idea che il PIL sia l'unico indicatore di progresso. -
Uno dei fiori all'occhiello della città é una moschea con dei particolari minareti slanciati, avvolti a spirale da scale a chiocciola, che risaltano come guglie tra la luce del tramonto.

- Secondo piccolo inciso di carattere personale: mi dispiace ma non riesco a vedere di buon occhio e tollerare, come donna e persona, una religione che impone la copertura totale o meno della donna. Non si tratta di scelte personali e non venitemi a dire che la donna ha scelto consapevolmente. Consapevole di cosa che non ci sono alternative, che nessuno le ha mai raccontato cosa succede nel mondo, che devono sposarsi a 20 anni e passano dallo stare sotto un padre ad un marito? E non si tratta di fede, questa è manipolazione delle menti per poter controllare un'altro essere umano. Nessuna fede, nessuna religione, nessun Dio e nessun uomo degno di questo nome può volere ciò. -
Ma il motivo principale che ci ha portato in questa città è aver accettato la sfida di arrampicarci su Girnar Hill, la montagna più alta del Gujarat, arrancando su 10.000 scalini tondi tondi!
La partenza è fissata per le 7 dalla base della montagna, perché tutti quelli con cui abbiamo parlato ci hanno prefigurato ore e ore di estrema fatica e sofferenza.
Ora senza essere esagerati, ma in due ore secche di orologio siamo in cima e senza aver sudato particolarmente. Il fatto è che gli indiani e lo sport sono due rette che scorrono parallele,  senza tangersi. Il massimo dello sforzo è il cricket (avete mai visto quanto si muovono a giocare a cricket? Tipo una corsetta modalità "diarrea leggera per arrivare al bagno").
L'ascesa è bellissima. La ricorrenza tra i vari posti spirituali nel mondo e le altitudini  pone la sua base nel fatto che tutti noi sentiamo l'attrazione verso il cielo. Questa voglia di salire è voglia di libertà, è desiderio di lasciare i pensieri terreni alle spalle e buttare l'occhio verso gli orizzonti.
Gradino dopo gradino, il ritmo dei passi, un ritmo che accompagna la preghiera o la mediazione. E l'arrivo in cima ci riempie di un orgoglio molto più grande di quello che potremmo godere dallo stesso sforzo fatto orizzontalmente. Perché noi siamo su, vicini a un Dio se ci crediamo, dove le energie sono più pure, dove tutto il flusso di negatività non riesce, o fatica, ad arrivare.

Mi ha fatto tornare in mente perché ho amato alla follia l'alpinismo, perché sopportavo di alzarmi prestissimo, camminare ore con zaini dal peso improponibile, finire imbragata su pareti pericolose, sudare su ghiacciai infiniti.
Mi manca, la montagna mi manca è sarà sempre un pezzo del mio cuore.
Oggi come non mai penso al mio amato Trentino.

GALLERIA fotografica

lunedì 13 febbraio 2017

Gente di mare - Dwarka

Mi piace Dwarka. C'è un clima diverso. È il clima di una nostra cittadina dell'Adriatico in estate (senza bar e cocktail purtroppo) dove la gente è spensierata.

È una delle città sacre degli hindu, una di quelle che loro dovrebbero visitare in pellegrinaggio, quindi è piena zeppa di turisti indiani che si godono la vacanza e rendono tutto più rilassato e "tranquillo" (per gli standard nazionali).
Un giorno lo trascorriamo gironzolando tra le viuzze. Ci sono molti venditori di conchiglie. Meravigliose conchiglie di tutte le forme e colori, coralli e perle raccolte sulle spiagge appena cala la marea del mattino.
C'è profumo di mare, per la mia mente è profumo di vacanza.
Un giorno è dedicato ad una spiaggia bianca brillante, fatta a mezzaluna con una piccola barriera, che emerge man mano che avanza il pomeriggio.

La marea rivela così pozze con granchi arrabbiati dalle chele azzurre, giganti lumache piene di bubboni colorati che sfrecciano rapide tra gli scogli, conchiglie e molluschi, alghe verde brillante e alcuni pescatori che, con l'acqua che gli arriva alle cosce, si adoperano con le reti.
Faccio il bagno, non una ma due volte.
La persona più vicina a noi è distante almeno un km. Faccio il bagno in costume, libera dal "burka". Meno siamo vestiti più siamo solo noi e il nostro corpo, più siamo liberi, più siamo noi stessi. Da dove arriva la nostra sociale avversione per la nudità? Non dovrebbe esserci nulla di piu naturale e bello, ma noi preferiamo tette finte, vestiti sgargianti e sorrisi rifatti.
L'acqua è freddina, ma piacevole. Il vento che ti accoglie all'estero invece, quello è al limite del fastidioso, ma rende sopportabili le temperature.
Non c'è un filo di ombra. C'è solo la crema fp30.
Mi piace da impazzire il mare. Adoro tutto, tolte le meduse, la sabbia nelle mutande e forse qualcos'altro. Adoro il fatto che sia rilassante, che porti in me quella calma che spazza via ogni pensiero. Sentire di non sentire e apprezzare il silenzio della mente.
Un'altro giorno invece prendiamo una barca, stile profughi a Lampedusa, e da Okha atterriamo a Bet-Dwarka, isola famosa e meta di turismo per l'ennesimo tempio.
Non per essere scortesi, ma il tempio lo bypassiamo e ci perdiamo all'interno dell'isola.
Sembra di essere in Mediterraneo. Tutto semi deserto, finché ad un tratto veniamo sommersi da bambini urlanti, felici che ci rincorrono e ci inseguono salutando con la mano.
Arriviamo su di una spiaggia meravigliosa, dove alcuni pescatori sono intenti a ritirare le reti sulla barca, mentre altri sulla spiaggia ne riparano una, con pezzi di legno, chiodi e pece.

Purtroppo la meravigliosa ed idilliaca spiaggia da cartolina è l'ennesima discarica.
L'ho detto e lo ripeterò all'infinito. La spazzatura è la prima piaga di questa nuova India.
Un colpo al cuore, una morsa. Ed è anche colpa nostra, noi occidentali abbiamo percorso a capofitto la strada del progresso, quella del consumismo sfrenato, senza badare ai costi ambientali.
Ora che pian piano stiamo facendo marcia indietro, o comunque cerchiamo di mettere pezze sugli enormi strappi creati all'ecosistema terra, esportiamo il nostro modello di crescita tal quale. È come tornare indietro negli anni del boom sfrenato senza se è senza ma, senza attenzione al domani, senza il principio responsabilità, senza la consapevolezza dello parola sostenibile.
Povero mondo. Povero noi.
A pranzo ci ripariamo davanti al mini micro negozietto di un paesino sperduto nell'entroterra isolana. Qualcuno poi mi spiegherà come abbiamo fatto a trascorrere quasi due ore con tutta la famiglia del proprietario del chiosco senza che nessuno parlasse inglese o hindi! Parenti alla lontana e vicini di casa si univano e si staccano ogni tot dalla combriccola mantenendo sempre a bilancio un cospicuo numero di persone curiose intorno a noi, persone che bevevano un the, due patatine, due foto, tanti gesti e sorrisi, ma soprattutto tantissime risate.
Abbiamo riso come matti!
I sorrisi, i gesti di gentilezza e amore rimangono. Tutto il resto è passeggero.


FOTOGRAFIE 

giovedì 9 febbraio 2017

Un nuovo respiro

È un respiro nuovo questo Gujarat.
Continuo a provarlo e continuo a ripeterlo.
È un respiro nuovo questo Gujarat.
Le settimane in Rajasthan, per quanto meravigliose dal punto di vista storico e artistico (palazzi e templi belli così se ne trovano pochi), sono state, e ora me ne rendo conto sempre più, estremamente estenuanti.
Camminavo con gli occhi bassi, perché se solo lo sguardo incrociava quello di un altra persona era subito un: "compra compra, vuoi vuoi, mangia da me, money money ... "
Cosa abbiamo fatto noi turisti occidentali. Abbiamo abituato questo popolo così bello e fiero a starsene seduto, stressare i turisti perché tanto prima o poi, i soldi arrivano. E ne arrivano pure più del necessario, più del dovuto, perché noi ci sentiamo ricchi nelle due settimane di tour del Rajasthan, noi pensiamo che con le nostre 100 rupie (1.30 euro) date al bambino per strada abbiamo fatto grandi cose.
Sbagliato. Abbiamo solo abituato un bambino a non provare nemmeno ad uscire da quel circolo, e le nostre rupie sono tantissime! Un indiano non darebbe mai più di 1-2-5 rupie ad un vecchio. Ai bambini loro non ne danno mai, loro sanno. Non non sappiamo e pensiamo di sapere.
Noi arriviamo schiacciando, pretendendo le continental breakfast, pagando cifre assurde per cose che loro pagano 10 volte meno senza domandarci se è giusto. Nei paesi stranieri bisognerebbe entrare in punta di piedi, adattarsi alle loro tradizioni culinarie, alla loro moneta, ai loro costumi. Non pretendere, fanciulla bionda con la canottierina, mezzo decolte di fuori e le bermuda di non essere oggetto di raggi x e magari qualche palpata!
Non lamentiamoci poi se vicino ai maggiori luoghi turistici sembra di stare a Rimini lungomare, stesse bancarella, nessun prodotto tipico, tutti che cercano di fregarti.
Stavo male, era un India che mi piaceva, ma mi mancava qualcosa. Mi mancava la gente.
Grazie Gujarat, grazie alla mia buona stella o al richiamo che ho avuto per il deserto e il kuch perché ci ha portato in una regione dove i turisti bianchi li vedono con il telescopio.
Qui sto vivendo le esperienze più belle, più pure di accoglienza e generosità incredibile.
È più difficile viaggiare qui: non parlano hindi solo gujarati, non parlano inglese e non ci sono nemmeno scritte in inglese, non sono abituati al turismo e tutto è pensato per loro.
Ma sono meravigliosi.
A Jamnagar, grossa città a 7 ore di Pullman da Buhj, passiamo due notti.
Una giornata la passiamo a girovagare per il cetro città, che vanta un pulitissimo lago circondato da una specie di pista da passeggio a pagamento, lunga un paio di km. Con 10 rupie (12 cent) entri e ti ritrovi a passeggiare con tuttla la Jamnagar bene. Due belle vasce in centro, ma con vista lago, pellicani, ibis, cormorani, martin pescatori... e giganteschi pipistrelli!

Il giorno dopo decidiamo di andare a visitare un Bird Sanctuary a 14 km dal centro.
La guida dice che è impossibile andarci in bus. Noi ci proviamo. In qualche modo ci facciamo capire dal bigliettaio, che tuttavia ci fa scendere a tre km dall'incrocio.
E qui parte la meraviglia della giornata, che potremmo intitolare: la gentilezza del genere umano.
1) un tizio in tuktuk si ferma apposta e ci scarrozza fino all'incrocio della strada per il parco;
2) un signore con motocoltivatore adibito a carretto ci da un altro passaggio tra le patate e le cipolle praticamente fino all'ingresso, risparmiandoci altri 4km;
3) la bigliettaia del parco, stupita che fossimo a piedi, ci monta sulla sua motocicletta e ci accompagna per mezzo parco facendoci osservare con il binocolo miriadi di uccelli migratori comprese cicogne nere, fenicotteri e cicogne red pointed;

4) al ritorno, mentre stiamo arrancando sulla strada cocente alle 2pm, un signore ci carica sul suo furgone e ci porta vicino alla fermata del bus.
Quando pensiamo sia già un gesto sufficientemente gentile ecco che ci mostra il suo "ristorante" e ci offre the e pranzo. Offeso rifiuta di essere pagato e continua a dirci "guest", ospiti;
5) mentre aspettiamo il bus si ferma nientepopodimeno che (che bello scrivere nientepopodimeno!!) un'ambulanza! Sorridenti, loro, portano noi, ormai attoniti, quasi fino al nostro albergo;
6) e non è finita qui. Durante l'ultimo tratto di strada incrociamo una famiglia in festa per un matrimonio. Non ci son santi che tengono, dobbiamo entrare e mangiare qualcosa con loro, fare foto con tutti compreso con lo sposo!
Scappiamo prima ci ingozzino come tacchini.
Che bella la gente qui, sono sorridenti, orgogliosi di conoscerti, offrirti qualcosa o darti le indicazioni con le due parole di inglese che conoscono.
Che bello in Gujarat, che bello che bello!

Qui le fotografie di Jamnagar!

domenica 5 febbraio 2017

La regione del Kutch

Dopo il safari nel Deserto del Thar, non sono ancora stufa di regioni aride e così decidiamo di puntare a sud ovest.
Da Jaisalmer, la città fortezza del Rajasthan, a Bhuj nel bel mezzo della regione del Kutch in Gujarat.

Il viaggio è in autobus. Partenza ore 15 arrivo imprecisato. Abbiamo prenotato due posti in sleeper class. Scopro che molti autobus in India sono notturni (forse ci sono anche da noi, ma io ne ignoravo l'esistenza). Questi montano al primo piano una fila di posti singoli sulla destra e posti tripli sulla sinistra. Sopra ai singoli sono montati, al posto dei portabagagli, delle cuccette singole, quelle doppie sormontano invece la fila di destra. Nelle cuccette c'è un piatto materasso zozzo, un pannello di plexiglas con cui puoi creare della pseudo insonorizzazione, niente tendine neanche sull'esterno.
Forse devo specificare che, se prenoti le cuccette, lí devi restare tutto il tempo e neanche immaginarsi di trovare un sedile visto che c'è gente che dorme pure sdraiata nel corridoio!
Le 16 ore che passiamo li dentro non sono male, si può leggere, dormire, chiacchiere... il vero problema è sincronizzare i tuoi bisogni fisiologici con i ritmi dell'autista. Bisogna cenare in tutta fretta alle 23.45 in una betola o a fare pipì in mezzo ad un piazzale circondata da altre donne, scettiche all'idea ma consapevoli che quella sarà l'unica chance per chissà quanto tempo ancora.
Arriviamo a Bhuj verso le 7 di mattina, sappiamo esserci solo una Guest House e lì prendiamo residenza.

30 gennaio, Bhuj
La città di Bhuj è "piccola", 500 mila abitanti è una bazzecola in India, e carina.
Visitiamo dei bellissimi palazzi e un lago all'interno della città.


Il problema del Gujarat è uno e si chiama terremoto 2001. È stato fortissimo, ha distrutto mezza regione e la ricostruzione di alcuni monumenti è ancora ferma. C'è da dire che in realtà questo disagio è cibo gustoso per la mia fame fotografica! Mentre non lo è affatto il secondo grande problema, enorme, gigantesco problema. L'unica vera, a mio dire, piaga indiana: l'immondizia e in special modo la plastica!
Non ce la fanno, non ce la possono fare, non lo capiscono. Cumuli di spazzatura ovunque. Montagne di plastica. Tutto gettato per terra, i locali hanno un bidoncino che tuttavia verrà svuotato li davanti, per strada. Il massimo che riescono a fare é, ogni tanto, accumularla e bruciarla! Come se la loro aria non fosse già sufficientemente inquinata.
I problemi sociali, pian piano si dipaneranno come, si spera, è successo e sta succedendo in molti altri posti del mondo, ma la plastica ovunque, nei laghi, fossi, bordo strada, campagne, deserto... quella sarà dura da rimuovere. La plastica resta lì, la plastica non si degrada e loro sono sempre più e loro non capiscono.
Andiam a fare due passi lungo questo laghetto meraviglioso in centro città, ci saranno 50 specie diverse di uccelli migratori che si riparano li compresi ibis dalla testa nera e pellicani. Si riparano tra le spiagge di immondizia.
Un peccato, una tragedia.
Penso l'uncia cosa che ancora non mi va giù dell'India.
Ma loro non lo capiscono.


31 gennaio, Mandvi Beach
Ho voglia di mare. Inizia a fare tropo caldo.
Voglio fare il bagno!
Partiamo determinati a raggiungere questa località balneare 40km a sud di Bhuj con il bus locale. Condividiamo il viaggio con Derek, un simpatico britannico, recidivo dei viaggi in India (15 anni consecutivi!).
Mandvi è bellissima, profuma finalmente di salsedine ed è disseminata di cantieri navali, navi enormi che ancora costruiscono a mano.
Sulla spiaggia solo noi con la pelle ancora bianchiccia. Al diavolo i cammelli, le banana boat e i baracchini del cocco: siamo di nuono noi l'attrazione principale. E vai di selfies again!
Per fortuna la spiaggia è chilometrica, gli indiani sono pigrissimi e pare abbiano timore ad entrare in acqua. Quindi basta camminare 15 minuti e ci ritroviamo soli a goderci brezza, sole, gabbiani, sabbia e immondizia.
Cercherò di fare poca o zero polemica sul fatto che sono costretta a fare il bagno con una tunica lunga al ginocchio per evitare sguardi lascivi e infarti tra la popolazione maschile, che, anche a distanza di sicurezza continua a tenerci sotto controllo.
In tutto il mondo si è preferito educare le donne a non 'provocare' gli uomini, piuttosto che ad educare gli uomini a rispettare il corpo delle donne.
Fine polemica.
L'acqua è meravigliosa. Ci sguazzo sola e felice!




1 febbraio
Le mie idee balzane non si fermano. Ho letto in un libro di una città fantasma sul confine con il Pakistan dove i pavoni scorrazzano liberi e si sentono urlare di notte. Ci voglio andare.
Serve però il permesso della polizia, quibdi trascorriamo la mattinata nel loro ufficio. L'ufficiale trascorre l'ora di attesa burocratica mostrandoci felice le foto del suo ultimo viaggio. Il tizio in questione, un signore di mezza età con la tipica pancia da fritto indiana, si è sparato in bicicletta tutta la lunga strada che sale al passo più alto dell'Himalaya (più di 5000m slm). Immaginatevi di dover guardare serissimi centinaia di foto dove la pancetta e i cosciotti del poliziotto sono fasciati in una tutina da bici più un miliardo di selfie con sfondi sempre più o meno uguali, mostrando un interesse che, con tutta la buona volontà, è svanito dopo la nunero 20 della serie.
Permesso ottenuto!
Il resto della giornata passa tra pisoli e shopping. Esco per comprare della stoffa, torno con un piercing da naso in oro vero, sufficientemente impegnativo per gli standard europei (qui sono una pivella) acquistato per una bazzecola. Adoro i bazar!

2 e 3 febbraio, Lakhpat
Ho letto un bellissimo libro sull'India. La scrittrice, una giovane italiana, parla più volte di Lakhpat, come di una città fantasma che l'ha talmente colpita da essere una costante nel suo racconto.
Mi lascio prendere dall'entusiasmo. Dobbiamo andarci!!!
Problemi: un solo autobus alle 6am, nessun albergo/ostello, notizie su ristori vari non pervenute, un solo autobus per tornare sempre alle 6 am e dulcis in fundo serve il famoso permesso della polizia (di cui ci siamo premuniti, spuntando dalla lista un problema!).
Il resto è facile: mi farò violenza alzandomi alle 5 (chi mi conosce sa..), e a quanto pare si può dormire in un tempio. E così facciamo, zainetto leggero e via. 150 km alle 6 di mattina sul solito ST bus scassato non li auguro a nessuno, ma quando hai voglia di andare non ti ferma nessuno.
Il paese è davvero semisederto e semidistrutto, dal terremoto di cui sopra. Fa impressione. C'è un silenzio pazzesco, quasi surreale per l'India. E a sottolineare la situazione assurda c'è il confine con il Pakistan appena fuori le mura con tanto di pattuglie e militari.
Scopriamo che la città una volta grande e ricca per il commercio florido, ora conta meno di 500 anime, 85 bambini e solo 20 hindu, i restanti sono mussulmani.




Nel piccolo e unico baracchino che serve solo chai e patatine in busta incontriamo Deepak, figlio del venditore di the. Per una cifra modica ci farà da entusiasta guida portandoci in vicoli sconosciuti, entrando in case pericolanti che forse era anche meglio di no.
Al tempio poi ci dormiamo sul serio. Nei templi Sick si può trovare da mangiare e dormire a fronte di una offerta libera. I tre uomini del Punjab che lo custodiscono non parlano inglese, ma sono rudemente accoglienti e simpatici!
Il rientro, organizzatoci da Deepak, prevede: 20 km in tuktuk to share alle 7.30 la mattina con altre 8 persone compreso il guidatore + 4 ore di autobus. Mi ritrovo schiacciata tra tre fierissime donne del deserto (con cui ho provato a fare a gara a "chi ha il piercing al naso più grande", ma ho clamorosamente perso), una fascina di legna e il contenitore del latte.
Adoro questi viaggi, adoro questa India un po' selvaggia, misteriosa e sorprendente!

4 febbraio, Mannaggia al deserto
Stamattina partiamo alla volta di Dhordo paese ai confini del deserto bianco salato, il Rann of Kutch. Il viaggio sarà di circa 80km solo andata, viaggio che affrontiamo spericolati e spudorati su di un tuktuk aperto. Velocità massimo 35 km/h, presenza di finestrini o ripari nulla, rumore minimo 2000 decibel. Il nostro guidatore Imran è cicciotto, simpatico e un gran bevitore di chai.
Il racconto di questa gironata potrebbe riassiumersi in: ritirata.
Infatti abbiamo gia percorso 60 infiniti chilometri quando, mentre sto compilando sotto un bel sole caldo i moduli per avere i permessi per entrare nel deserto, in 3 minuti il cielo passa da blublublu o grigio fumo, la temperatura si abbassa di comodi 15 gradi, il vento inizia a soffiare talmente forte che sposta sedie e persone. È arrivata una tempesta di sabbia.
Bagolando la freddo, con la sabbia in bocca, negli occhi e in ogni altro buco ci ripariamo in un villaggio bevendo chai e aspettando che cali un pochino il pericolo.
Passiamo il tempo giocando con dei lucidissimi e bellissimi bambini, assagiando il fritto di un signore che ce lo offre orgoglioso perché, fice lui, siete ospiti in India, e ovviamente scattando selfie.
Ad un certo punto decidiamo di sfidare comunque la sorte e tornare a casa. Ci sono da fare 25 km nel deserto senza villaggi dove ripararsi. Il vento è ancora forte e freddissimo.
Il deserto bianco lo vedremo in un altro viaggio o in un altra vita. Il punto a favore è che non ci siamo ammalati e siamo tornati sani e salvi!


5 febbraio, On the road again
Oggi si parte alla volta di Jamnagar.
Nel frattempo godetevi la Galleria fotografica del Kutch!

sabato 28 gennaio 2017

Me e Mula

Mula,
il mio cammello per un giorno
17 anni di pazienza,
di zoccoli su aride piste nel Mahrwar
17 anni di carichi portati,
Mula pelo, ruminate e occhi dolci.
Il deserto sembra infinito,
arbusti e succulente,
dannati semi spinosi che si infiliano ovunque,
giochi di ombra e luce,
giochi di spine e foglie
chi mangia vince.
L'odore del fuoco,
quanto vale l'odore di questo fuoco!
Odore di chapati e di curry,
profumo di India, sapore di sabbia.
Sono belle le chiacchiere,
forti le risate di voci indiane,
tante le sciocchezze scambiate,
gli sguardi profondi,
basta un cenno delle testa.
Non ho mai sognato così tanto
e così forte da stordirmi!
Apri gli occhi e vedi le stelle,
torni a dormire e sognare forte,
e così via
in quella che sembra una notte infinita,
magia.
È pura energia.
È forte l'energia nel deserto.
Namasté



Qui la galleria fotografica del magico Camel Safari nel deserto del Thar

Qui quella di Jaisalmer, la città fortezza base di partenza per il deserto. 

lunedì 23 gennaio 2017

Jodhpur, la città azzurra

20 gennaio - On the road again
Da rosa ad azzuro il passo è facile: quasi trecento km, 8 ore e mezza e un bus super scassato.
Abbiamo passato città, paesi e paesini, abbiamo visto salire e scendere donne dai sari colorati, bambini vestiti con tute di pile mentre il termometro segna 30°C, vecchi col coloratissimo turbante  tipico del Rajasthan, un cieco con bastone, persone sporce e stracce, ragazzi in jeans e occhiali a specchio... ma pare che gli unici a farsi tutta la tratta siam stati noi. Only the brave or the fool!
Finalmente, stanchi, puzzolenti e con il sedere ormai a forma del poco ergonomico seggiolino, arriviamo a Jodphur, la città azzurra.
Ed è veramente azzurra, di un color cielo, quello che ti fa venire voglia di atolli, di respirare l'aria frizzante delle mattinate in montagna di inverno, di gelato gusto puffo.
Il colore è associato al quartiere detto Braumphur, la città dei bramini. È questo il loro colore, la tintura con cui solo i bramini un tempo potevano dipingersi le case: indaco. È rinfrescante in estate e repellente per gli insetti!
Ora tutti posso avere casa azzura e contribuire a mantenere il suggestivo paesaggio urbano.

* piccolo aneddoto karmico*
In stazione, appena scesi dal bus, leggermente provati, respingiamo con freddezza un tipo che si offre di portarci in una Guest House, dicendo la classica bugia che avevamo già la camera (non pensate male, ma davvero gli indiani sanno essere stressanti coi turisti).
Poco dopo saliamo su un tuk tuk diretto in centro e con il guidatore riusciamo a contrattare un buon prezzo per una stanza. Il karma vuole che sia proprio la Guest House del tizio che avevamo malamente allontanato in stazione. Lui ce lo fa notare. Mi sento sprofondare! Per fortuna sorridendo ci dice che capisce che i turisti siano stufi dell'insistenza indiana!
Sii sempre gentile con il tuo prossimo: il modo con cui vieni trattato fa parte del percorso altrui, come rispondi del tuo.
*fine*
Il tempo di lavarci, mangiare e crolliamo gia a letto.

21 gennaio - Rao Jodha Park
Ve lo dico e lo premetto, qui parlerò di natura e soprattutto piante. Non si riesce a togliermi dal cuore la botanica, anche se ci hanno provato, ma serenamente io dico no!
Leggendo qua e la scopro che vicino al forte della città hanno riqualificato 72 ha di parco, ripristinando e valorizzando l'ambiente desertico. Non posso non scondinzolare e inizio a pregare R., che grazie al cielo ha una immensa passione per le piante e la natura e accetta di buon grado di spendere quasi tutto il giorno tra rocce, piante e uccelli!

Passiamo un bel po' di ore a gironzolare da soli, ma la cosa più bella è la visita guidata delle 4.30 pm con una guida preparatissima e davvero simpatica!

Il parco nasce nel 2005 per riforestare con specie alloctone 72h di suolo desertico infestato da Prosopis juliflora, in lingua locale baavlia. Questa pianta fu importata nel 1929 dal messico per ordine dal marajha dell'epoca. L'intento era quello di creare ombra, rinfrescare e far crescere legname da costruzione in queste terre cosí aride. Come succede spesso con specie che arrivano da altri continenti, ecco che la baavlia diventa invasiva, rubando lo spazio per le specie invece autoctone e tipiche della ragione del Marwar.
Eradicarla (lasciare delle radici nel terreno significa lasciare poere vegetativo alla piabta, che riesce a ricrescere) è lungo lavoro, che consiste nel spaccare le pietre sottostanti dove l'arbusto infila le lunghe radici, ed è fatto a mano da uomini e donne. Nella buca creata, che già contiene un po' di suolo fertile e piccole riserve idriche, dono dell'ospite precedente, vengono ripiantumate circa 250 specie. Le nuove piantine vengono fatte nascere in una nursery grazie a semi che arrivano dai villaggi nel deserto.

Curiosità random:
- sulle mura cittadine che circondano il parco, si trovano dei buchi, creati per ospitare nidi di uccelli. Questi erano un sistema di allarme notturno: se qualcuno avesse cercato di arrampicarsi o camminare sulle mura, le vibrazioni avrebbero svegliato gli uccelli che cantando avrebberp così allertato le guardie!

- cotton of the desert (Aerva javanica) viene utilizzato per creare piccoli cuscini per gli infanti
- Arabic tree (Acacia senegal) il lattice veniva e viene usato per creare sia i bracciali portati dalle donne di tutto il Rajasthan, che dolcetti chiamti Gond ka ladoo, preparati dalla mamma delle puerpere come buon auspicio e per riprendere le forze!
- Thhor (Euphorbia caducifolia)  cresce solo 3-5 cm all'anno, ma alcune di loro sono secolari! Al loro internk si crea ombra, umidità e una nicchia ecologica.

- da un punto panoramico vediamo un laghetto, circondato da altre mura. Serviva per l'approvvigionamento idrico del solo marajha e famiglia stretta. Veniva sorvegliato e protetto affinché nessuno lo avvelenasse!
- l'uccello Red Wettle Wings nidifica al suolo. Può deporre 1 solo uovo vicino all'acqua, questo significa che la prossima stagione delle piogge sarà scarsa e ci sarà poco cibo. Se invece ne depone 4 in collina allora le piogge saranno abjondanti. La cosa favolosa è che le depobe sei mesi prima dei monsoni e la sua prcisione è del 100% (dice la guida).
Lo so che ho il cuore verde. Ma questa è stata la giornata fin'ora che mi ha riempito di più di pace e serenità!

22 gennaio - Le scimmie e i selfie
I Madhera Garden, sono dei giardini adibiti a gigantesco bidone della spazzatura, dove spuntano meravigliosi cenotafi, vecchi templi su delle colline e un piccolo forte.

*digressione #1*
Uno dei problemi piu seri dell'india moderna è la spazzatura, la plastica e la carta. Sono ovunque, a mucchi, sparpagliati a pioggia, nei vicoli scuri, davanti agli hotel di lusso e nei posti protetti dalla sovraintendenza archeologica, negli stagni e perfino sugli alberi.
Scopriamo per fortuna, che molte persone iniziano a rendersi conto di avere un patrimonio culturale da valorizzare e persino sulle banconote da 100 rupie c'è il simbolo della campagna "cleen india". Incrociamo le dita, perché se ognuno di loro (1,3 miliardi) getta anche solo una bottiglia al giorno per terra...
*fine digressione*
Passiamo il giorno, caldissimo, a destreggiarci tra selfie con gli indiani e scimmie. È domenica. Sono in gita, sono tanti e rilassati. Le scimmie lo sono sempre anche quando non è domenica.

La possibilità di avere una foto con noi è l'evento della giornata, per gli indiani, le scimmi invece sembrano non apprezzare le macchine fotografiche e mostrano i denti.
Ora però inizio a trattare: ok, un selfie a voi e uno per me. Inizia cosi la mia fantasmagorica collezione di "selfie con i locals", che spero nel tempo diverrà cospicua e preziosa!
Qui la raccolta.
La rilassante domenica finisce con un giretto al meraviglioso bazar di Jodhpur.

23 gennaio - Mehrangarh fort
Stamattina io e Roberto ci dividiamo per un po' perché io voglio visitare il forte, che lui ha gia visto qualche anno addietro.

Con il biglietto d'ingresso ricevo una piacevole audioguida, che mi farà compagnia e allo stesso tempo mi darà una bella scusa per non dover rispondere ogni due secondi ai tipici "hallo where you from? (senza are)/where are you? (senza verbo specifico)/where husband? (ho 30 anni e son da sola, per loro inconcepibile)".
Spreco due righe per trascrivere un paio di cose che mi hanno colpito:
- salendo si trova incassata nel muro una lapide memoriale di un signore, che, all'epoca della costruzione, si è fatto murare dentro vivo per scongiurare una maledizione che prevedeva che il forte sarebbe stato per sempre con penuria di acqua.

- il portone di ferro principale si trova dopo una svolta a gomito nella strada d'accesso. Questo era pensato per evitare che gli elefanti potessero prendere la rincorsa per la carica.

- Padam (ndr spelling a mia discrezione) è un figurante del forte, che interpreta un utilizzatore d'oppio. Questo ai tempi non veniva fumato, ma schiacciato in un mortaio, fatto un infuso, filtrato e bevuto.
La nostra conversazione con il suo inglese da 10 parole è riuscita a durare un buon 20 minuti, mentre Padam allontanava tutti gli altri turisti e teneva solo me li vicino a lui.

- nella stanza dove sono conservati i palanchini per trasporto dei marajha e consorti (una specie di lettighe, caricate sulle spalle di 4 uomini) se ne trova uno usato nel 1929 dalla moglie del marajha in visita a The Queen. La cultura marwali non prevedeva che le donne potessero essere viste, quindi nessuno la poté ammirare durante il tragitto . Senonché, scendendo da questo palanchino si scoprì un pezzo di caviglia, subito immortalata dalla stampa. Il marajha fece acquistare tutte le copie di tutti i giornali in modo che non arrivasse mai questo scandalosa fotografia in India!
- chic: cosí si chiamano delle specie di meravigliose tendine fatte con asticelle di bambù finemente decorate a motivi floreali. I decori non son dipinti, bensì creati con fili colorati arrotolati. Quando il caldo dell'estate indiana non lasciava tregua, venivano immersi in acqua e profumi di modo che l'aria, passandoci attraverso, potesse rinfrescare e profumare l'aria, oltre ovviamente a nascondere le donne!
*digressione #2*
Dannate donne, che per colpa loro, delle loro caviglie e pezzi di braccia nude, inducono i poveri uomini innocenti a gettare sguardi lascivi!
Quando gli uomini ammetteranno di averci oppresse da sempre per il timore (perché da sempre le donne hanno un forte potere, una forte energia vitale, proprio per la capacità di portare la vita) forse il mondo sarà migliore.
Quando le donne ammetteranno di essersi da sempre lasciate opprimere per timore (perché da sempre l'uomo è più forte fisicamente) e quando inizieranno a guardarsi e trattarsi con la dignità che meritano, senza dover/voler mostrare le tette per farsi notare e piacere, forse il mondo sarà migliore.
*fine digressione*

Qui tutte le FOTOGRAFIE

giovedì 19 gennaio 2017

Jaipur, la città rosa

Oggi vorrei scrivere tante di quelle cose, ma sono talmente tante che la mia mente pseudoscientifica vorrebbe dividerle in insiemi ordinati e creare elenchi... O forse è solo la mia vena prosaica che viene a meno per la stanchezza.
Magri non è una brutta idea!

Giorno 1- Jaipur, la città rosa
1) Bazar
Il caos e la bellezza. Micro botteghe che si susseguono una dopo l'altra, con "done, grumbiai, ciacere" (ndr nella mia famiglia famosa battuta di Castelli, attore trentino. Lett. Donne, grembiuli e chiacchiere) ovunque, che contrattando, scelgono, ridono.
Alcuni vendono vestiti, altri braccialetti e gioielli (tutti rigorosamente gold), altri sono specializzati in aquiloni, tondini di rame, affilacontello, qualcuno costruisce materassi, sedie, chi aggiusta raggi delle bici e così via all'infinito. Tutto sulla strada, tutto nel meraviglioso casino. Eppure tutti si muovono e parlano lentamente.
Paradossalmente un milione di lente formiche creano il putiferio più incredibile del mondo.
Devo ammettere che fare un ora in un bazar ti distrugge più di una maratona. Tra scansare oggetti, persone, animali, continuare a dire "no thanks" a tutti quelli che ti vogliono vendere qualcosa (hanno pensato volessi acquistare un letto!) Provare per credere.

2) Jantar Mantar
Osservatorio astronomico costruito nel 1734. Sarò l'invidia dei miei colleghi del Muse. Beh, qui ammetto cospargendomi il capo di cenere, che mi sono goduta a mille la visita ma credo di non aver capito il funzionamento di nemmeno uno di quegli affari giganti.
Come disse Roberto "me pare un campo da minigolf"!

3) Dintorni inaspettati
Non prendetemi per snob, ma uscire dalle due rotte turistiche è la salvezza. L'India è piena di turisti occidentali, che però compaiono solo nell'attrazione. Sui bus non si vedono, per le stradine nemmeno. Per me si perdono l'essenza di questa terra, ma sono gusti. Fatto sta che dove ci sono turisti, gli indiani cercano (giustamente) di farci soldi e diventano di un insistenza allucinante per provare a venderli anche la loro scarpa alla necessità. Contate però che sono centinaia all'ora. Parte lo stress, al ventesimo gia sbrocchi e ti ritrovi a manderli al diavolo in un secondo.
Se invece to addentri in vicoletti ecco che puoi intravedere le mura di qualcosa di interessante. Butto dentro la testa in un portone semichiuso, con il fare timido da occidentale, che viene fanificato in un secondo da un vecchio che ci invita senza tanti complimenti ad entrare. Camminando sbilenco in un cortile polveroso, dove stanno pranzando delle scimmie, ci accompagna ad una vecchia porta, sgangherata come lui.
Sa dire poche parole in inglese: door, hole, marajha wives, 1 thousand.
Da un foro nel portone e si riescono a vedere gli appartamenti delle mille mogli del marajha! Son li purtroppo lasciati alla polvere e alla rovina e noi siamo riusciti ad ammirarli, seppur da lontano!
Ora ditemi che non vale la pena impelagarsi per vicoli e vicoletti!



4) L'ostello
Poche parole per descrivere un ostello, carino pulito, che cerca di essere occidentale creando in realtà un disastro!
Già la prima notte devo farmi cambiare stanza. Non va l'acqua calda e paghino quasi 10 euro a notte in dormitori da 6, per l'India è uno sproposito. Trovo del vomito sulle scale la mattina e in reception mi rispndono con calma "in 15 minutes sistemiamo", dopo un ora le scale erano lavare, il corrimano no. I piatti del bar in terrazzo (bellissimo btw) sono ridicolmente impiattati es le uova a colazione da menu sono con pomodori e patate. Sul piatto to ritrovi una fettina di uno e una dell'altro.
Ora di nuovo, non sono affatto cosi posh (non ho avuto l'acqua calda per una settimana a Rishikesh e mai mi sarei lamentata). Ma come dappertutto prezzi che paghi, servizio che UN po pretendi... (A Risikesh pagavamo 2,76 euro a notte per una doppio con bagno in camera e acqua sufficientemente tiepida, per fare un paragone).

Giorno 2 - Amer Fort
Amer o Amber è un paese a una ventina di km da Jaipur, raggiungibile in una mezzora di strada. Tutte le guide consigiano jeep o mezzi privati. Noi, da bravi zingari, ci arriviamo con i bus cittadini con 90 rupie AR (poco piu di un euro).
Ovviamente siamo gli unici occidentali a salire su questi autibus, alcuni sono grandezza minibus con gebte stipata ovunque e vanno presi quasi al volo. Rallentano giusto il secondo per aggrapparti alla maniglia o al bigliettaio!
Già dal viaggio di andata intuiamo quale sarà il leitmotif della giornata: siamo noi l'attrazione che scatena aguardi curiosi e risatine. Sarà così sempre di piu nei giorni a venire. 
È divertente, sono solo curiosi ma sorridono e sinceramente non mi scoccia affatto, anzi mi sento legittimata a fare lo stesso, osservandoli a mia volta negli occhi, ridendo si riflesso e facendo gesti con testa e mani.
Il forte è meraviglioso. Lo capiamo gia dal parcheggio (quello pieno di jeep), dove facciamo uno spuntino a base di verdute fritte e samosa. È incredibile come, nel lasso di tempi tra colazione e cena, si trovi solo cibo fritto! Per fortuna lo adoro ed ho il colesterolo basso! 
La visita del forte ci prende quasi 4 ore tra stanze, stanzine, corridoi, colonnati, mura, porte, decori e soprattutto selfies. No non siamo noi così smaniosi di autocelebrarci, ma siamo stati fermati da molti turisti indiani che volevano una foto con noi da mostare agli amici. Sono splendidamente senza pudore. Ti fermano con manata sulla spalla, ti piazzano il figlio o la moglie vicini e via...click! Non riesco ad immafinarmi a fare lo stesso, dannate buone maniere europee!
Tuttavia qualche selfie l'ho scattato pure io. Non ho resistito

(Poiché esiste Wikipedia, non ho intenzione di addentrarmi in dettagli storico artistici.)
Scendiamo a piedi nel paese sottostante le mura. I turisti son di nuovo tutti scomparsi.
Ci imbattiamo in un bellissimo tempio, nel mercato della frutta dove dobbiamo litigare per il prezzo delle arance gonfiato per noi stranieri (frutta e verdura dovrebbero avere prezzi fissi, senza contrattazione) e un ristorantino dove mangiamo Paratha, Chana Masala e Roti con dei propietari estremamente orgogliosi di servirci il loro cibo. Tutto squisito e per 0.83 cent a testa.
Tornando a casa penso a che fortunata che sono perchè il viaggio di strada, quello più faricoso e magari caotico, imprevedibile e meno battuto dalle classihe rotte regala sempre le esperienze più calde e belle.


PS please non fate i pigri e andate a vedere pure le gallery con le fotografia... Mi sembra di riuscire meglio in quello che nello scrivere.

GALLERY cliccate qui pergiove