sabato 18 febbraio 2017

Ascesa alla santità

Junagadh è la città più polverosa e inquinata visitata ad oggi, o almeno io ho avuto questa impressione.
Robe che se esci 10 minuti a passeggiare ti si formano delle caccole nere nel naso che nemmeno dopo un concerto dei Metallica in mezzo al logo selvaggio, in un piazzale di terra battuta.
Potrei riprendere a parlare di quanto l'India sia inquinata, di come i tassi di mortalità infantile dovute a pm10 siano altissimi, di come dovrebbe interessare anche a noi questo problema visto che l'inquinamento non conosce barriere e stupidi confini statali tracciati sulla carta, ma non lo farò. Non oggi. È stancante.
La consapevolezza di avere un solo pianeta con risorse limitate e che senza i servizi ambientali non c'è sviluppo che tenga, è questo che mi ha spinto a laurearmi in Scienze Ambientali.
La consapevolezza che tanto la gente non ascolta, perché sapere che tutti i nostri gesti quotidiani a cui siamo abituati hanno un impatto, che il cambiare abitudini è faticoso ed è più semplice continuare a comperare, pompare le vendite e chiudere gli occhi, e far finta che non ci stiamo scavando la fossa da soli, beh questo è quello che mi ha fatto smettere per ora di combattere. A volte mi sembra tanto una storia da Don Chisciotte della Mancia, senza mulini e con un finale più disastroso.
Comunque facendo finta di eliminare con una spugna magica la polvere e lo smog e la spazzatura, la città rimane molto molto carina.
Tra le viuzze centrali del bazar sorgono innumerevoli palazzi di stile arabeggiante, molti dei quali disabitati, e le loro facciate ricoperte da erba colore del sole, intervallate da venditori di stoffe e pubblicità semioccidentali, creano un particolare scenario. Junagadh possiede anche un bel forte antico, che con le mura circonda pozzi di raccolta acqua, templi, cave intagliate e boschetti. Un bel posto dove rilassarsi, ricamare, ascoltare musica nel caldo del primo pomeriggio.

- Inciso, tanto per rimarcare l'idea: siamo davanti al forte. Sto bevendo un succo. Lo finisco e con il tetrapak in mano mi guardo in giro in cerca di un bidone. Si avvicina un indiano e mi dice a gesti di buttarlo dietro un muro, dove si intravede un giardino.  Il mio sguardo di risposta è allibito. Scuoto la testa. Lui insiste e mi dice "dustbin, bin!". A sto punto perdo la testa e rispondo "is not a bin is a garden! Poor India that will die cover with your rubbish!". La questione è seria perché estremamente radicata. Come l'idea che il PIL sia l'unico indicatore di progresso. -
Uno dei fiori all'occhiello della città é una moschea con dei particolari minareti slanciati, avvolti a spirale da scale a chiocciola, che risaltano come guglie tra la luce del tramonto.

- Secondo piccolo inciso di carattere personale: mi dispiace ma non riesco a vedere di buon occhio e tollerare, come donna e persona, una religione che impone la copertura totale o meno della donna. Non si tratta di scelte personali e non venitemi a dire che la donna ha scelto consapevolmente. Consapevole di cosa che non ci sono alternative, che nessuno le ha mai raccontato cosa succede nel mondo, che devono sposarsi a 20 anni e passano dallo stare sotto un padre ad un marito? E non si tratta di fede, questa è manipolazione delle menti per poter controllare un'altro essere umano. Nessuna fede, nessuna religione, nessun Dio e nessun uomo degno di questo nome può volere ciò. -
Ma il motivo principale che ci ha portato in questa città è aver accettato la sfida di arrampicarci su Girnar Hill, la montagna più alta del Gujarat, arrancando su 10.000 scalini tondi tondi!
La partenza è fissata per le 7 dalla base della montagna, perché tutti quelli con cui abbiamo parlato ci hanno prefigurato ore e ore di estrema fatica e sofferenza.
Ora senza essere esagerati, ma in due ore secche di orologio siamo in cima e senza aver sudato particolarmente. Il fatto è che gli indiani e lo sport sono due rette che scorrono parallele,  senza tangersi. Il massimo dello sforzo è il cricket (avete mai visto quanto si muovono a giocare a cricket? Tipo una corsetta modalità "diarrea leggera per arrivare al bagno").
L'ascesa è bellissima. La ricorrenza tra i vari posti spirituali nel mondo e le altitudini  pone la sua base nel fatto che tutti noi sentiamo l'attrazione verso il cielo. Questa voglia di salire è voglia di libertà, è desiderio di lasciare i pensieri terreni alle spalle e buttare l'occhio verso gli orizzonti.
Gradino dopo gradino, il ritmo dei passi, un ritmo che accompagna la preghiera o la mediazione. E l'arrivo in cima ci riempie di un orgoglio molto più grande di quello che potremmo godere dallo stesso sforzo fatto orizzontalmente. Perché noi siamo su, vicini a un Dio se ci crediamo, dove le energie sono più pure, dove tutto il flusso di negatività non riesce, o fatica, ad arrivare.

Mi ha fatto tornare in mente perché ho amato alla follia l'alpinismo, perché sopportavo di alzarmi prestissimo, camminare ore con zaini dal peso improponibile, finire imbragata su pareti pericolose, sudare su ghiacciai infiniti.
Mi manca, la montagna mi manca è sarà sempre un pezzo del mio cuore.
Oggi come non mai penso al mio amato Trentino.

GALLERIA fotografica

lunedì 13 febbraio 2017

Gente di mare - Dwarka

Mi piace Dwarka. C'è un clima diverso. È il clima di una nostra cittadina dell'Adriatico in estate (senza bar e cocktail purtroppo) dove la gente è spensierata.

È una delle città sacre degli hindu, una di quelle che loro dovrebbero visitare in pellegrinaggio, quindi è piena zeppa di turisti indiani che si godono la vacanza e rendono tutto più rilassato e "tranquillo" (per gli standard nazionali).
Un giorno lo trascorriamo gironzolando tra le viuzze. Ci sono molti venditori di conchiglie. Meravigliose conchiglie di tutte le forme e colori, coralli e perle raccolte sulle spiagge appena cala la marea del mattino.
C'è profumo di mare, per la mia mente è profumo di vacanza.
Un giorno è dedicato ad una spiaggia bianca brillante, fatta a mezzaluna con una piccola barriera, che emerge man mano che avanza il pomeriggio.

La marea rivela così pozze con granchi arrabbiati dalle chele azzurre, giganti lumache piene di bubboni colorati che sfrecciano rapide tra gli scogli, conchiglie e molluschi, alghe verde brillante e alcuni pescatori che, con l'acqua che gli arriva alle cosce, si adoperano con le reti.
Faccio il bagno, non una ma due volte.
La persona più vicina a noi è distante almeno un km. Faccio il bagno in costume, libera dal "burka". Meno siamo vestiti più siamo solo noi e il nostro corpo, più siamo liberi, più siamo noi stessi. Da dove arriva la nostra sociale avversione per la nudità? Non dovrebbe esserci nulla di piu naturale e bello, ma noi preferiamo tette finte, vestiti sgargianti e sorrisi rifatti.
L'acqua è freddina, ma piacevole. Il vento che ti accoglie all'estero invece, quello è al limite del fastidioso, ma rende sopportabili le temperature.
Non c'è un filo di ombra. C'è solo la crema fp30.
Mi piace da impazzire il mare. Adoro tutto, tolte le meduse, la sabbia nelle mutande e forse qualcos'altro. Adoro il fatto che sia rilassante, che porti in me quella calma che spazza via ogni pensiero. Sentire di non sentire e apprezzare il silenzio della mente.
Un'altro giorno invece prendiamo una barca, stile profughi a Lampedusa, e da Okha atterriamo a Bet-Dwarka, isola famosa e meta di turismo per l'ennesimo tempio.
Non per essere scortesi, ma il tempio lo bypassiamo e ci perdiamo all'interno dell'isola.
Sembra di essere in Mediterraneo. Tutto semi deserto, finché ad un tratto veniamo sommersi da bambini urlanti, felici che ci rincorrono e ci inseguono salutando con la mano.
Arriviamo su di una spiaggia meravigliosa, dove alcuni pescatori sono intenti a ritirare le reti sulla barca, mentre altri sulla spiaggia ne riparano una, con pezzi di legno, chiodi e pece.

Purtroppo la meravigliosa ed idilliaca spiaggia da cartolina è l'ennesima discarica.
L'ho detto e lo ripeterò all'infinito. La spazzatura è la prima piaga di questa nuova India.
Un colpo al cuore, una morsa. Ed è anche colpa nostra, noi occidentali abbiamo percorso a capofitto la strada del progresso, quella del consumismo sfrenato, senza badare ai costi ambientali.
Ora che pian piano stiamo facendo marcia indietro, o comunque cerchiamo di mettere pezze sugli enormi strappi creati all'ecosistema terra, esportiamo il nostro modello di crescita tal quale. È come tornare indietro negli anni del boom sfrenato senza se è senza ma, senza attenzione al domani, senza il principio responsabilità, senza la consapevolezza dello parola sostenibile.
Povero mondo. Povero noi.
A pranzo ci ripariamo davanti al mini micro negozietto di un paesino sperduto nell'entroterra isolana. Qualcuno poi mi spiegherà come abbiamo fatto a trascorrere quasi due ore con tutta la famiglia del proprietario del chiosco senza che nessuno parlasse inglese o hindi! Parenti alla lontana e vicini di casa si univano e si staccano ogni tot dalla combriccola mantenendo sempre a bilancio un cospicuo numero di persone curiose intorno a noi, persone che bevevano un the, due patatine, due foto, tanti gesti e sorrisi, ma soprattutto tantissime risate.
Abbiamo riso come matti!
I sorrisi, i gesti di gentilezza e amore rimangono. Tutto il resto è passeggero.


FOTOGRAFIE 

giovedì 9 febbraio 2017

Un nuovo respiro

È un respiro nuovo questo Gujarat.
Continuo a provarlo e continuo a ripeterlo.
È un respiro nuovo questo Gujarat.
Le settimane in Rajasthan, per quanto meravigliose dal punto di vista storico e artistico (palazzi e templi belli così se ne trovano pochi), sono state, e ora me ne rendo conto sempre più, estremamente estenuanti.
Camminavo con gli occhi bassi, perché se solo lo sguardo incrociava quello di un altra persona era subito un: "compra compra, vuoi vuoi, mangia da me, money money ... "
Cosa abbiamo fatto noi turisti occidentali. Abbiamo abituato questo popolo così bello e fiero a starsene seduto, stressare i turisti perché tanto prima o poi, i soldi arrivano. E ne arrivano pure più del necessario, più del dovuto, perché noi ci sentiamo ricchi nelle due settimane di tour del Rajasthan, noi pensiamo che con le nostre 100 rupie (1.30 euro) date al bambino per strada abbiamo fatto grandi cose.
Sbagliato. Abbiamo solo abituato un bambino a non provare nemmeno ad uscire da quel circolo, e le nostre rupie sono tantissime! Un indiano non darebbe mai più di 1-2-5 rupie ad un vecchio. Ai bambini loro non ne danno mai, loro sanno. Non non sappiamo e pensiamo di sapere.
Noi arriviamo schiacciando, pretendendo le continental breakfast, pagando cifre assurde per cose che loro pagano 10 volte meno senza domandarci se è giusto. Nei paesi stranieri bisognerebbe entrare in punta di piedi, adattarsi alle loro tradizioni culinarie, alla loro moneta, ai loro costumi. Non pretendere, fanciulla bionda con la canottierina, mezzo decolte di fuori e le bermuda di non essere oggetto di raggi x e magari qualche palpata!
Non lamentiamoci poi se vicino ai maggiori luoghi turistici sembra di stare a Rimini lungomare, stesse bancarella, nessun prodotto tipico, tutti che cercano di fregarti.
Stavo male, era un India che mi piaceva, ma mi mancava qualcosa. Mi mancava la gente.
Grazie Gujarat, grazie alla mia buona stella o al richiamo che ho avuto per il deserto e il kuch perché ci ha portato in una regione dove i turisti bianchi li vedono con il telescopio.
Qui sto vivendo le esperienze più belle, più pure di accoglienza e generosità incredibile.
È più difficile viaggiare qui: non parlano hindi solo gujarati, non parlano inglese e non ci sono nemmeno scritte in inglese, non sono abituati al turismo e tutto è pensato per loro.
Ma sono meravigliosi.
A Jamnagar, grossa città a 7 ore di Pullman da Buhj, passiamo due notti.
Una giornata la passiamo a girovagare per il cetro città, che vanta un pulitissimo lago circondato da una specie di pista da passeggio a pagamento, lunga un paio di km. Con 10 rupie (12 cent) entri e ti ritrovi a passeggiare con tuttla la Jamnagar bene. Due belle vasce in centro, ma con vista lago, pellicani, ibis, cormorani, martin pescatori... e giganteschi pipistrelli!

Il giorno dopo decidiamo di andare a visitare un Bird Sanctuary a 14 km dal centro.
La guida dice che è impossibile andarci in bus. Noi ci proviamo. In qualche modo ci facciamo capire dal bigliettaio, che tuttavia ci fa scendere a tre km dall'incrocio.
E qui parte la meraviglia della giornata, che potremmo intitolare: la gentilezza del genere umano.
1) un tizio in tuktuk si ferma apposta e ci scarrozza fino all'incrocio della strada per il parco;
2) un signore con motocoltivatore adibito a carretto ci da un altro passaggio tra le patate e le cipolle praticamente fino all'ingresso, risparmiandoci altri 4km;
3) la bigliettaia del parco, stupita che fossimo a piedi, ci monta sulla sua motocicletta e ci accompagna per mezzo parco facendoci osservare con il binocolo miriadi di uccelli migratori comprese cicogne nere, fenicotteri e cicogne red pointed;

4) al ritorno, mentre stiamo arrancando sulla strada cocente alle 2pm, un signore ci carica sul suo furgone e ci porta vicino alla fermata del bus.
Quando pensiamo sia già un gesto sufficientemente gentile ecco che ci mostra il suo "ristorante" e ci offre the e pranzo. Offeso rifiuta di essere pagato e continua a dirci "guest", ospiti;
5) mentre aspettiamo il bus si ferma nientepopodimeno che (che bello scrivere nientepopodimeno!!) un'ambulanza! Sorridenti, loro, portano noi, ormai attoniti, quasi fino al nostro albergo;
6) e non è finita qui. Durante l'ultimo tratto di strada incrociamo una famiglia in festa per un matrimonio. Non ci son santi che tengono, dobbiamo entrare e mangiare qualcosa con loro, fare foto con tutti compreso con lo sposo!
Scappiamo prima ci ingozzino come tacchini.
Che bella la gente qui, sono sorridenti, orgogliosi di conoscerti, offrirti qualcosa o darti le indicazioni con le due parole di inglese che conoscono.
Che bello in Gujarat, che bello che bello!

Qui le fotografie di Jamnagar!

domenica 5 febbraio 2017

La regione del Kutch

Dopo il safari nel Deserto del Thar, non sono ancora stufa di regioni aride e così decidiamo di puntare a sud ovest.
Da Jaisalmer, la città fortezza del Rajasthan, a Bhuj nel bel mezzo della regione del Kutch in Gujarat.

Il viaggio è in autobus. Partenza ore 15 arrivo imprecisato. Abbiamo prenotato due posti in sleeper class. Scopro che molti autobus in India sono notturni (forse ci sono anche da noi, ma io ne ignoravo l'esistenza). Questi montano al primo piano una fila di posti singoli sulla destra e posti tripli sulla sinistra. Sopra ai singoli sono montati, al posto dei portabagagli, delle cuccette singole, quelle doppie sormontano invece la fila di destra. Nelle cuccette c'è un piatto materasso zozzo, un pannello di plexiglas con cui puoi creare della pseudo insonorizzazione, niente tendine neanche sull'esterno.
Forse devo specificare che, se prenoti le cuccette, lí devi restare tutto il tempo e neanche immaginarsi di trovare un sedile visto che c'è gente che dorme pure sdraiata nel corridoio!
Le 16 ore che passiamo li dentro non sono male, si può leggere, dormire, chiacchiere... il vero problema è sincronizzare i tuoi bisogni fisiologici con i ritmi dell'autista. Bisogna cenare in tutta fretta alle 23.45 in una betola o a fare pipì in mezzo ad un piazzale circondata da altre donne, scettiche all'idea ma consapevoli che quella sarà l'unica chance per chissà quanto tempo ancora.
Arriviamo a Bhuj verso le 7 di mattina, sappiamo esserci solo una Guest House e lì prendiamo residenza.

30 gennaio, Bhuj
La città di Bhuj è "piccola", 500 mila abitanti è una bazzecola in India, e carina.
Visitiamo dei bellissimi palazzi e un lago all'interno della città.


Il problema del Gujarat è uno e si chiama terremoto 2001. È stato fortissimo, ha distrutto mezza regione e la ricostruzione di alcuni monumenti è ancora ferma. C'è da dire che in realtà questo disagio è cibo gustoso per la mia fame fotografica! Mentre non lo è affatto il secondo grande problema, enorme, gigantesco problema. L'unica vera, a mio dire, piaga indiana: l'immondizia e in special modo la plastica!
Non ce la fanno, non ce la possono fare, non lo capiscono. Cumuli di spazzatura ovunque. Montagne di plastica. Tutto gettato per terra, i locali hanno un bidoncino che tuttavia verrà svuotato li davanti, per strada. Il massimo che riescono a fare é, ogni tanto, accumularla e bruciarla! Come se la loro aria non fosse già sufficientemente inquinata.
I problemi sociali, pian piano si dipaneranno come, si spera, è successo e sta succedendo in molti altri posti del mondo, ma la plastica ovunque, nei laghi, fossi, bordo strada, campagne, deserto... quella sarà dura da rimuovere. La plastica resta lì, la plastica non si degrada e loro sono sempre più e loro non capiscono.
Andiam a fare due passi lungo questo laghetto meraviglioso in centro città, ci saranno 50 specie diverse di uccelli migratori che si riparano li compresi ibis dalla testa nera e pellicani. Si riparano tra le spiagge di immondizia.
Un peccato, una tragedia.
Penso l'uncia cosa che ancora non mi va giù dell'India.
Ma loro non lo capiscono.


31 gennaio, Mandvi Beach
Ho voglia di mare. Inizia a fare tropo caldo.
Voglio fare il bagno!
Partiamo determinati a raggiungere questa località balneare 40km a sud di Bhuj con il bus locale. Condividiamo il viaggio con Derek, un simpatico britannico, recidivo dei viaggi in India (15 anni consecutivi!).
Mandvi è bellissima, profuma finalmente di salsedine ed è disseminata di cantieri navali, navi enormi che ancora costruiscono a mano.
Sulla spiaggia solo noi con la pelle ancora bianchiccia. Al diavolo i cammelli, le banana boat e i baracchini del cocco: siamo di nuono noi l'attrazione principale. E vai di selfies again!
Per fortuna la spiaggia è chilometrica, gli indiani sono pigrissimi e pare abbiano timore ad entrare in acqua. Quindi basta camminare 15 minuti e ci ritroviamo soli a goderci brezza, sole, gabbiani, sabbia e immondizia.
Cercherò di fare poca o zero polemica sul fatto che sono costretta a fare il bagno con una tunica lunga al ginocchio per evitare sguardi lascivi e infarti tra la popolazione maschile, che, anche a distanza di sicurezza continua a tenerci sotto controllo.
In tutto il mondo si è preferito educare le donne a non 'provocare' gli uomini, piuttosto che ad educare gli uomini a rispettare il corpo delle donne.
Fine polemica.
L'acqua è meravigliosa. Ci sguazzo sola e felice!




1 febbraio
Le mie idee balzane non si fermano. Ho letto in un libro di una città fantasma sul confine con il Pakistan dove i pavoni scorrazzano liberi e si sentono urlare di notte. Ci voglio andare.
Serve però il permesso della polizia, quibdi trascorriamo la mattinata nel loro ufficio. L'ufficiale trascorre l'ora di attesa burocratica mostrandoci felice le foto del suo ultimo viaggio. Il tizio in questione, un signore di mezza età con la tipica pancia da fritto indiana, si è sparato in bicicletta tutta la lunga strada che sale al passo più alto dell'Himalaya (più di 5000m slm). Immaginatevi di dover guardare serissimi centinaia di foto dove la pancetta e i cosciotti del poliziotto sono fasciati in una tutina da bici più un miliardo di selfie con sfondi sempre più o meno uguali, mostrando un interesse che, con tutta la buona volontà, è svanito dopo la nunero 20 della serie.
Permesso ottenuto!
Il resto della giornata passa tra pisoli e shopping. Esco per comprare della stoffa, torno con un piercing da naso in oro vero, sufficientemente impegnativo per gli standard europei (qui sono una pivella) acquistato per una bazzecola. Adoro i bazar!

2 e 3 febbraio, Lakhpat
Ho letto un bellissimo libro sull'India. La scrittrice, una giovane italiana, parla più volte di Lakhpat, come di una città fantasma che l'ha talmente colpita da essere una costante nel suo racconto.
Mi lascio prendere dall'entusiasmo. Dobbiamo andarci!!!
Problemi: un solo autobus alle 6am, nessun albergo/ostello, notizie su ristori vari non pervenute, un solo autobus per tornare sempre alle 6 am e dulcis in fundo serve il famoso permesso della polizia (di cui ci siamo premuniti, spuntando dalla lista un problema!).
Il resto è facile: mi farò violenza alzandomi alle 5 (chi mi conosce sa..), e a quanto pare si può dormire in un tempio. E così facciamo, zainetto leggero e via. 150 km alle 6 di mattina sul solito ST bus scassato non li auguro a nessuno, ma quando hai voglia di andare non ti ferma nessuno.
Il paese è davvero semisederto e semidistrutto, dal terremoto di cui sopra. Fa impressione. C'è un silenzio pazzesco, quasi surreale per l'India. E a sottolineare la situazione assurda c'è il confine con il Pakistan appena fuori le mura con tanto di pattuglie e militari.
Scopriamo che la città una volta grande e ricca per il commercio florido, ora conta meno di 500 anime, 85 bambini e solo 20 hindu, i restanti sono mussulmani.




Nel piccolo e unico baracchino che serve solo chai e patatine in busta incontriamo Deepak, figlio del venditore di the. Per una cifra modica ci farà da entusiasta guida portandoci in vicoli sconosciuti, entrando in case pericolanti che forse era anche meglio di no.
Al tempio poi ci dormiamo sul serio. Nei templi Sick si può trovare da mangiare e dormire a fronte di una offerta libera. I tre uomini del Punjab che lo custodiscono non parlano inglese, ma sono rudemente accoglienti e simpatici!
Il rientro, organizzatoci da Deepak, prevede: 20 km in tuktuk to share alle 7.30 la mattina con altre 8 persone compreso il guidatore + 4 ore di autobus. Mi ritrovo schiacciata tra tre fierissime donne del deserto (con cui ho provato a fare a gara a "chi ha il piercing al naso più grande", ma ho clamorosamente perso), una fascina di legna e il contenitore del latte.
Adoro questi viaggi, adoro questa India un po' selvaggia, misteriosa e sorprendente!

4 febbraio, Mannaggia al deserto
Stamattina partiamo alla volta di Dhordo paese ai confini del deserto bianco salato, il Rann of Kutch. Il viaggio sarà di circa 80km solo andata, viaggio che affrontiamo spericolati e spudorati su di un tuktuk aperto. Velocità massimo 35 km/h, presenza di finestrini o ripari nulla, rumore minimo 2000 decibel. Il nostro guidatore Imran è cicciotto, simpatico e un gran bevitore di chai.
Il racconto di questa gironata potrebbe riassiumersi in: ritirata.
Infatti abbiamo gia percorso 60 infiniti chilometri quando, mentre sto compilando sotto un bel sole caldo i moduli per avere i permessi per entrare nel deserto, in 3 minuti il cielo passa da blublublu o grigio fumo, la temperatura si abbassa di comodi 15 gradi, il vento inizia a soffiare talmente forte che sposta sedie e persone. È arrivata una tempesta di sabbia.
Bagolando la freddo, con la sabbia in bocca, negli occhi e in ogni altro buco ci ripariamo in un villaggio bevendo chai e aspettando che cali un pochino il pericolo.
Passiamo il tempo giocando con dei lucidissimi e bellissimi bambini, assagiando il fritto di un signore che ce lo offre orgoglioso perché, fice lui, siete ospiti in India, e ovviamente scattando selfie.
Ad un certo punto decidiamo di sfidare comunque la sorte e tornare a casa. Ci sono da fare 25 km nel deserto senza villaggi dove ripararsi. Il vento è ancora forte e freddissimo.
Il deserto bianco lo vedremo in un altro viaggio o in un altra vita. Il punto a favore è che non ci siamo ammalati e siamo tornati sani e salvi!


5 febbraio, On the road again
Oggi si parte alla volta di Jamnagar.
Nel frattempo godetevi la Galleria fotografica del Kutch!